Cirrosi
L'epatocarcinoma
(HCC), neoplasia con incidenza in aumento in tutti i paesi nei quali esista
una registrazione accurata della mortalità (1,2), è associato a cirrosi
in una percentuale di casi che raggiunge o supera il 90% a seconda che si
tratti di casistiche mediche o chirurgiche (3). La cirrosi epatica,
che fornisce allo sviluppo del tumore il necessario sfondo di aumentata proliferazione
cellulare, costituisce quindi una condizione precancerosa da considerarsi
praticamente obbligata ed evolve in neoplasia con un tasso annuale variabile
tra il 2 e il 5% per anno, con rischio maggiore in pazienti con eziologia
virale o in particolare con eziologia che veda il sovrapporsi di molteplici
fattori di rischio, come ad esempio associazione di HCV ed HBV (4,5).
Queste ultime evidenze hanno portato da tempo ad un utilizzo generalizzato
di metodiche di sorveglianza, per la neoplasia in pazienti con cirrosi epatica,
basate sull'utilizzo di ecografia e dosaggi seriati dell'alfafetoproteina
(AFP), l'unico marcatore tumorale utile per l'HCC. Nonostante numerose evidenze
a favore dell'utilità di questo approccio (6-9), esistono in realtà
segnalazioni che mettono in dubbio l'efficacia di tale approccio (10),
in considerazione soprattutto della elevata percentuale di casi nei quali
la neoplasia risulta comunque non chirurgicamente aggredibile ed in considerazione
della mortalità per il tumore comunque elevata, anche perché in larga misura
condizionata dalla ridotta funzione del fegato cirrotico.
Nella nostra esperienza tuttavia, lo screening con il dosaggio routinario
dell'alfafetoproteina, associato ad ecografia, metodica come atteso dimostratasi
assai più utile del solo dosaggio del marcatore, si è dimostrato in grado
di portare ad una diagnosi significativamente più precoce (con stadiazione
alla diagnosi migliore utilizzando sistemi di stadiazione quali Okuda,
TNM e CLIP,
con inferiore numero di noduli neoplastici, con diametro dei noduli stessi
significativamente inferiore, con possibilità di approccio terapeutico più
aggressivo e con prognosi significativamente migliore di quanto ottenibile
senza questo approccio). Il tutto tra le altre cose a costi che, sia considerando
il solo screening, sia aggiungendo anche i costi terapeutici, rimangono del
tutto ragionevoli (11). Questi nostri dati sono tra le altre cose stati
recentemente confermati da un uno studio multicentrico italiano che ha raccolto
circa 1000 casi di HCC, portando a risultati grosso modo sovrapponibili (12).
Tuttavia, i dati che derivano dagli studi sulla storia naturale dell'HCC e
i dati derivanti dai numerosi studi di sorveglianza nella cirrosi sembrano
suggerire che sia lo sviluppo di epatocarcinoma, sia la sua successiva crescita
siano estremamente variabili e che esistano in realtà due popolazioni di pazienti
con cirrosi epatica, la prima ad elevato rischio di HCC e la seconda a basso
rischio, e due tipi di HCC, uno a crescita rapida ed uno estremamente indolente,
fatto che ha spinto alla ricerca di fattori che potessero risultare prognostici
del rischio di evoluzione ad HCC e della successiva crescita neoplastica.
È infatti evidente come l'identificazione di marcatori atti a discernere
le due situazioni potrebbe essere estremamente utile nel modulare gli approcci
di sorveglianza. In effetti parametri connessi al paziente ed all'eziologia
della malattia ci aiutano in parte (rischio più elevato nei maschi e nei pazienti
con infezione virale singola o in particolare duplice) ma è verosimile che
l'intervento possa essere ancor più mirato. In questa direzione sono ad esempio
assai rilevanti i dati prodotti sull'identificazione e follow-up della displasia
epatocitaria.
Bibliografia
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